OUT OF FRAME
Una mostra che invita a riconsiderare criticamente le rappresentazioni visive del fenomeno migratorio nel contesto contemporaneo.
Inaugura giovedì 20 novembre, Out of Frame – Ripensare le narrazioni visive delle migrazioni in Europa, una mostra che invita a riconsiderare criticamente le rappresentazioni visive del fenomeno migratorio nel contesto contemporaneo.
La mostra, realizzata da Zona e Fieri grazie al contributo di Fondazione Compagnia San Paolo, in collaborazione con Gramma studio, si interroga sulle rappresentazioni dei fenomeni migratori in Europa attraverso sette lavori di fotografi internazionali pluripremiati – Miia Autio, Felipe Romero Beltrán, Karim El Maktafi, Samuel Gratacap, Alisa Martynova, Aubrey Wade e il progetto partecipativo Now You See Me Moria.
A dieci anni dalla fotografia di Alan Kurdi, il bambino siriano annegato al largo della Turchia e ritrovato sulla spiaggia di Bodrum, immagine che nel 2015 trasformò profondamente il dibattito europeo sulle migrazioni aprendo i confini ai richiedenti asilo, Out of Frame propone una riflessione sulle narrazioni visive che ancora oggi modellano il nostro immaginario collettivo.
“Le cronache dominanti – scrive Giulia Tornari, curatrice della mostra – raccontano un’Europa assediata: barconi carichi di “clandestini”, naufragi, flussi, emergenze, confini e frontiere. All’interno di questo immaginario di crisi, la fotografia è spesso chiamata a illustrare e rafforzare la narrazione testuale, contribuendo alla costruzione di un discorso basato sulla paura e sull’eccezionalità. Così l’immagine di un barcone diventa metafora dell’“invasione”, mentre i muri elevati ai confini visualizzano la necessità di difendersi da un presunto pericolo esterno”.
Attraverso le fotografie di Miia Autio, Felipe Romero Beltrán, Karim El Maktafi, Samuel Gratacap, Alisa Martynova, Aubrey Wade e il progetto partecipativo Now You See Me Moria, la mostra invita a spostare lo sguardo out of frame, oltre i codici visivi standardizzati, per restituire complessità e umanità ai percorsi migratori.
“Quello che caratterizza e accomuna lo sguardo e le progettualità di questi fotografi – prosegue Giulia Tornari – è l’urgenza di aumentare la conoscenza e la comprensione della condizione del migrante e di mostrarlo come un soggetto che agisce in un contesto stratificato e spesso avversativo, ma che può ribaltarsi per diventare positivo e d’integrazione. Presentando progetti che indagano il tema migratorio con linguaggi e approcci fotografici differenti, la mostra vuole stimolare nell’osservatore una riflessione sul ruolo che la fotografia può assumere quale strumento complesso di comprensione del reale”.
I PROGETTI IN MOSTRA
La serie fotografica di Samuel Gratacap, tratta dal progetto Bilateral, prosegue la riflessione dell’autore sulle migrazioni, ampliandola al tema della solidarietà. Il lavoro nasce da diversi viaggi compiuti tra il 2017 e il 2019 tra la valle del Monginevro, in Francia, e la Val di Susa, in Italia. L’installazione non documenta soltanto l’attraversamento del confine, ma costruisce un legame tra gli esuli in arrivo e i residenti che offrono loro sostegno — anch’essi, in un certo senso, resi invisibili e talvolta perseguiti dalla legge.
All’alba del 3 ottobre 2013, un vecchio peschereccio con oltre cinquecento persone a bordo naufraga a poche centinaia di metri da Lampedusa. Nel 2023, a dieci anni da quella notte, Karim El Maktafi realizza la serie fotografica La memoria degli oggetti dedicata alla strage di Lampedusa, con l’intento di mantenerne viva la memoria. Attraverso i ritratti dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime, le immagini dei luoghi e degli oggetti appartenuti ai naufraghi, il fotografo costruisce una narrazione intima che restituisce dignità alle persone e invita a riflettere sul valore della memoria come atto di responsabilità collettiva.
Con Dialect, Felipe Romero Beltrán documenta tre anni della vita di nove giovani migranti marocchini in un centro di accoglienza a Siviglia. Il progetto reinterpreta le loro esperienze coinvolgendoli come protagonisti e ricostruisce, attraverso i loro ricordi, il viaggio dal Marocco alle coste spagnole. Fotografia e video restituiscono la dimensione di sospensione in cui vivono, in attesa del permesso di soggiorno.
Aubrey Wade, con No Stranger Place — sviluppato in collaborazione con l’UNHCR — realizza una serie di ritratti ambientati nelle case di famiglie che accolgono richiedenti asilo in Austria, Germania, Francia, Svezia e Gran Bretagna. Il progetto esplora le relazioni che si instaurano tra ospitanti e ospitati, mettendo in luce i benefici reciproci del confronto e dell’integrazione tra culture diverse.
In I Called Out for the Mountains, I Heard Them Drumming, Miia Autio presenta le storie di cinque rifugiati ruandesi, riflettendo sui concetti di patria e identità. La storia recente del Ruanda, segnata dal genocidio e da persistenti violazioni dei diritti umani, costringe molti a fuggire. Nelle sue fotografie Autio ricompone passato e presente: ai rifugiati chiede di indicare un luogo del Ruanda legato ai loro ricordi, che poi fotografa; i loro ritratti, invece, sono realizzati in Europa, nei luoghi in cui hanno trovato una nuova appartenenza.
Con Nowhere Near, Alisa Martynova racconta le storie di giovani migranti che vivono in Italia.
Attraverso il racconto diretto e la metafora delle costellazioni, dove i migranti sono come stelle iperveloci in movimento, alterna ritratti e paesaggi evocativi che ci invitano a immaginare la sensazione di sospensione tra le proprie radici e il desiderio di nuove opportunità.
Il progetto partecipativo Now You See Me Moria, allestito nel corridoio, nasce come appello all’azione dei cittadini europei a sostegno dei migranti del campo di Moria, sull’isola di Lesbo — il più grande e sovraffollato campo profughi d’Europa.
Noemi, fotografa e photo editor spagnola, ha coinvolto Amir, fotografo e rifugiato afghano residente nel campo, insieme ad altri quattro fotografi: Ali, Mustafa, Qutaeba e Reza. Nel gennaio 2021 il collettivo ha lanciato una campagna di sensibilizzazione invitando designer da tutto il mondo a realizzare poster e illustrazioni a partire dalle fotografie dei rifugiati, per denunciare le condizioni disumane del campo e auspicare un cambiamento. Oggi il campo di Moria è chiuso, ma la Grecia ha avviato la costruzione di centri di nuova generazione: infrastrutture più moderne, che tuttavia operano sotto regimi di forte sorveglianza, accesso controllato e restrizione di movimento dei migranti.
La mostra è stata prodotta per “Bridges: Assessing the production and impact of migration narratives”, un progetto che studia le cause e le conseguenze delle narrazioni sulla migrazione in un contesto di crescente politicizzazione e polarizzazione ideologica. Il progetto è stato realizzato con i fondi del programma di ricerca ed innovazione dell’Unione Europea Horizon 2020.
Informazioni pratiche
OUT OF FRAME – Ripensare le narrazioni visive delle migrazioni in Europa
a cura di Giulia Tornari
21 novembre 2025 – 31 gennaio 2026





