Luigi Ghirri, Reincanto

Luigi Ghirri, Reincanto

Inaugurazione: 6 maggio 2018 ore 17:00 – Via Giambattista Vico 1, Torino.
La mostra resterà aperta fino al 27 luglio

In mostra 30 vintage di Luigi Ghirri e una Polaroid formato 50×70 cm realizzata dall’autore in collaborazione con la Polaroid International di Amsterdam.


Che cosa significa prestare attenzione a ciò che guardiamo, e ancora prima, che cosa propriamente guardiamo?

“La fotografia è essenzialmente un dispositivo di selezione e attenzione del vostro campo di attenzione […] semplicemente si tratta di attivare un processo mentale, di attivare lo sguardo e cominciare a scoprire nella realtà cose che prima non si vedevano, anche dando agli oggetti, agli elementi della realtà un altro significato. Attivare un campo di attenzione diverso”

Come risulta da queste parole, tratte dalle sue “Lezioni di fotografia”, Luigi Ghirri indica la funzione e il significato della fotografia nel suo poter diventare disciplina dello sguardo e apertura al nuovo.

Una pratica estetica e cognitiva che comporta un particolare atteggiamento in chi vi si dedica.

In riferimento allo specifico legame che la fotografia intrattiene con il mondo esterno, questo esercizio dell’attenzione è infatti associato all’idea che una visione profonda e autentica delle cose possa, e anzi debba, accompagnarsi alla consapevolezza del loro essere, per noi, il risultato di una rappresentazione.

Si tratta di andare alla ricerca “…di quello strano e misterioso equilibrio tra il nostro interno e il nostro esterno”, che ci permette di metter da parte la nostra più immediata soggettività e il nostro particolare vissuto, per dare spazio a ciò che si presenta alla visione.
“Dimenticare se stessi non significa affatto porsi come semplici riproduttori ma relazionarsi al mondo in maniera più elastica, non schematica […]. Credo che questa forma di elasticità sia necessaria per avere accesso alle immagini e rapportarvisi in maniera innovativa”.

Accade così che la banalità, persino la disarmonia dell’ambiente trovino una strada per comunicarci qualcosa che va al di là della loro contingenza e della nostra ricerca di significato e bellezza: come se, in qualche maniera, significato e bellezza potessero emergere dalla resa all’evidenza della manifestazione.

Non si tratta però dell’abbandono ad un atteggiamento puramente contemplativo, o al vagheggiamento di mistici approdi che ci distaccherebbero dal qui e ora dell’esperienza ordinaria, poiché è proprio nel quotidiano e nel banale, quando li si sappia cogliere ed esibire nella giusta luce, che può emergere il non ancora visto.
E il discorso sulla luce assume in tale contesto un’importanza fondativa.

L’esercizio di osservazione del reale comportava per Ghirri l’attesa e la traduzione in immagine di un certo tipo di sensazione visiva, giudicata al contempo semplice ed esaustiva.

Egli tornava più volte sui luoghi e pazientemente aspettava che lo spazio “si illuminasse” in maniera adeguata, in rapporto alla scelta dell’inquadratura e all’intento della comunicazione: era importante che l’oggetto corrispondesse a quella che Ghirri indicava come la sua propria maniera di offrirsi spontaneamente alla rappresentazione.

Questo affievolimento del soggettivo si è peraltro sempre accompagnato ad un’attenta critica dell’esistente, connessa, solo in apparenza paradossalmente, alla rinuncia dell’intenzione giudicante.

La disaffezione e l’incuria nei confronti dell’ambiente si riflettono, secondo Ghirri, in una progressiva incapacità di relazionarvisi tramite la rappresentazione, una sorta di disordine percettivo che diventa afasia dello sguardo e conseguentemente, impotenza della conoscenza e della prassi.

Il mettere ordine, il ricominciare a pensare per immagini, lasciando che l’ambiente si presenti nella sua semplicità, significa allora disporsi a guardare davvero, poiché solo dopo aver visto ed accettato il mondo per quello che è, diventa possibile pensare di cambiarlo.

La dimensione poetica che abita le immagini della seconda parte dell’intenso, seppur troppo breve, periodo della creatività ghirriana, va posta in  relazione alla conquista di una nuova cifra estetica, che integra le valenze più propriamente concettuali della prima fase del suo percorso.

Il lavoro metodico e quasi dimesso dell’autore, quel comunicare tramite la serie piuttosto che tramite un’immagine in se stessa seducente ed eccezionale, approda ad un particolare bilanciamento tra accettazione contemplativa dell’esistente ed attribuzione di senso, esercizio critico ed empatia.

Quest’equilibrio si rispecchia nella disadorna, essenziale bellezza che anima molte delle sue immagini, a partire dagli anni ‘80.

In sintonia con una frase di Jorge Luis Borges, che Luigi Ghirri indicò come emblematica del suo lavoro, le fotografie in mostra testimoniano di questo conseguimento e della possibilità, per un sguardo paziente e profondamente attento, di scoprire che “non c’è niente di antico sotto il sole” e ogni cosa può partecipare di una nuova luce…e un nuovo incanto.
 
(E.B.)

 

La mostra è inserita nel programma di Fo.To – Fotografi a Torino, progetto di collaborazione cittadina promosso dal Museo Ettore Fico.